"Perdere la bussola…"

Autore
Valentina Caserta
Data
24/02/2020

Articolo

Come gli incalliti navigatori ed esploratori sapranno, non è facile riuscire a mantenere l’orientamento quando non si riesce nemmeno a discernere dove finisce il cielo e inizia la terra o il mare. Ci si riferisce a quei luoghi vasti e sperduti, dove non c’è un punto di riferimento nemmeno pagarlo oro, come il mare o il deserto. Attraverso i secoli, sappiamo che l’uomo ha sempre cercato un modi sempre più precisi e affidabili per descrivere il mondo attorno a sé e mapparne ogni singolo punto. Dalla navigazione stellare al GPS, noi esseri umani ci siamo sempre affidati agli strumenti per orientarci, ovunque andassimo. Abbiamo mandato satelliti specifici per la quadrangolazione dei GPS dei nostri cellulari, affinché sapessimo in ogni momento la nostra posizione esatta e mappe dettagliatissime dei dintorni.
Ma gli animali?
Rimaniamo sconvolti quando sentiamo raccontare di migliaia di centinaia di uccelli, pesci, mammiferi che ogni anno si spostano da un punto all’altro del pianeta per raggiungere zone in cui potranno compiere una minuscola fase del loro ciclo vitale. E difficilmente sbagliano il colpo! Famose sono le tartarughe che dopo quasi un quarto di secolo passato a girovagare in mare aperto, quando è ora di ritornare a deporre le uova, riescono a ritrovare la via di casa, senza nessuno che glielo abbia indicato. Oppure le femmine di squalo bianco, per evitare assalti dai maschi, lasciano le zone di accoppiamento e compiono un tragitto lungo quanto la gestazione (18 mesi) e partoriscono i cuccioli in acque sicure, per poi ritornare indietro pronte per un’altra stagione d’amore.
Ce ne sono migliaia di esempi e da quando abbiamo iniziato a tracciare le rotte migratorie, ci chiediamo sempre la stessa cosa: come fanno? Come funziona il loro sistema di navigazione? Su cosa si basano?
E ancora di più ne nascono, quando questo sofisticato sistema va in panne.
Come è accaduto alle orche di Genova (ricordiamo che si tratta di un pod proveniente dall’ Islanda, ha sostato qualche tempo a Genova, dove il cucciolo è morto, per poi partire alla volta di Messina. Il maschio che le accompagnava è stato avvistato negli ultimi giorni nel posto di Beirut, nda) al cucciolo di foca monaca di Brindisi, i quali sono usciti di parecchio dal loro solito habitat.
Quali sono le cause?
Beh, diventa difficile rispondere, dal momento che sono molte le possibilità e spesso sintomo di qualcosa di molto grave che sta accadendo all’ecosistema. Nel caso del cucciolo di Brindisi, l’animale era affetto dal Morbillivirus, il quale gli aveva devastato i tessuti. Era così debole che si è fatto trascinare dalle correnti ed è finito sulle nostre coste, dove poi è deceduto.
Per quanto riguarda le orche, le cause sono ancora da definire, dal momento che le analisi sono ancora in corso, a seguito del ritrovamento del corpo di un’orca sulle coste libanesi. Negli animali gregari, tra l’altro, la socialità gioca a loro sfavore in caso di malattie. I legami famigliari tra i delfini sono estremamente stretti e tutti gli individui tendono ad aiutarsi a vicenda, portando l’alfa a decidere di navigare in zone più sicure in attesa che il membro più debole del branco si riprenda. Questa deviazione di rotta, soprattutto se effettuata in aree non conosciute o estremamente urbanizzate, può esporre l’intero pod a numerosi rischi, come le collisioni con navi ad alta velocità, se le autorità non intervengono prontamente; o deperimento, rendendoli poi suscettibili a malattie e intossicazioni. Se, però, è l’alfa ad essere malato? La risposta è evidente per i neozelandesi, quando si ritrovano centinaia di globicefali spiaggiati sulle loro coste. Ed è forse anche il motivo per cui gli individui del pod delle orche di Genova stanno cadendo uno dopo l’altro.
Il leader negli animali gregari è quello con il senso dell’orientamento e il carisma più spiccato. E’ colui che decide dove andare, coordina le fasi di caccia, protegge il branco. Se si debilita, il pod ha due alternative: trovare al più presto un sostituto o morire con lui o lei.
Quindi, le malattie spontanee o succedute a una complicazione di una ferita, possono portare gli animali ad uscire dal loro areale o spiaggiarsi (quindi uscire dal loro elemento), poiché indeboliscono ogni cognizione e condizione dell’individuo, portandolo deliberatamente a “suicidarsi” o lasciandosi trasportare dalla corrente in luoghi mai visti.
Le altre due teorie sono legate all’uomo.
La prima è correlata soprattutto ai Cetacei, i quali sono estremamente suscettibili ai rumori. Il loro sistema uditivo permette loro anche di analizzare e “vedere”, in una sorta di sofisticata sinestesia, il mondo che li circonda. Il rumore prodotto dall’uomo con barche, sonar, air gun, ecc… crea una gran confusione che, a lungo andare, può interferire con le capacità orientative dei Cetacei, soprattutto se i suoni prodotti finiscono nella frequenza sonora che i Cetacei usano. La sovrapposizione di suoni può impedire all’animale di non essere in grado di discernere l’eco di ritorno dal rumore artificiale. In questo modo, accadrà che il Cetaceo confuso, perda totalmente la bussola e si diriga nella direzione sbagliata. Oppure, la causa può essere ancora più diretta, se l’animale ha perduto il suo udito a seguito di una deflagrazione di una bomba sonora. Spesso vengono trovati delfini o balene spiaggiati, apparentemente sani, ma, a seguito di una necroscopia cerebrale, trovare il sistema uditivo totalmente compromesso.
Infine, l’altra causa è la perdita degli habitat. La sempre più massiva urbanizzazione dei territori sia marini che terrestri, costringe gli animali a cambiare le proprie rotte migratorie alla disperata ricerca di luoghi affini al completamento del loro ciclo vitale o di aggirare un ostacolo antropico (es. diga). Le migrazioni sono un investimento energetico mica da poco per gli animali e ogni variazione, ogni imprevisto e ogni disturbo può segnare il confine tra la vita e la morte. Le balene e le balenottere sono famose per le loro lunghe migrazioni in solitaria. Durante il periodo riproduttivo, questi animali non mangiano e si dirigono in acque più calde per partorire i piccoli. Sulla via del ritorno, la madre, oltre che essere totalmente digiuna da giorni, deve anche allattare il proprio cucciolo e difenderlo dagli attacchi dei predatori. Se aggiungiamo le minacce antropiche, come intrappolamento in reti e collisioni, le quali possono impedire alla mamma di continuare il viaggio o spingerla fuori rotta, le chance di sopravvivenza del piccolo scendono drasticamente!
In conclusione, la migrazione è una fase fondamentale del ciclo vitale di tantissimi animali e si sono sviluppate in milioni di anni di evoluzione, adattandosi ai ritmi lenti della natura. Lo sviluppo dell’uomo sta cambiando molto velocemente questi equilibri, sia su scala globale che locale, modificando fortemente le abitudini e gli habitat a cui gli animali si sono abituati. I cambiamenti climatici scombinano drasticamente l’orologio biologico di molte specie migratorie; oppure, se non lo scombussolano, può essere che a destinazione non ci siano le condizioni adatte all’attuazione del loro ciclo vitale.
E’ tempo che l’uomo ricordi del suo passato da viaggiatore sotto le stelle. E di quanto il cielo stellato, nell’immensa vastità dell’oceano, sia meraviglioso.

Nelle foto: tipologie di specie migranti; una delle nostre tartarughe con la tag satellitare e il percorso effettuato da tutte le tartarughe di Filicudi taggate.